Apple sta provando un visore più leggero del Vision Pro attuale. Lo scrive Mark Gurman su Bloomberg, nel Power On del 27 settembre. Il progetto interno si chiama N224. Gli ingegneri hanno sul tavolo circa quattro scafi. Uno tiene la forma a uovo di oggi e cambia i materiali. Un altro sposta computer e batteria in un puck esterno, sulla scia degli occhiali VR che Meta ha appena mostrato. La finestra più vicina che Gurman indica è fine 2028 o inizio 2029. Non è un invito. È il pavimento di un cantiere che lui stesso descrive «in rianimazione».
Il Vision Air, nome in codice N100, è un’altra storia. Quello è stato spento. N224 non è il suo doppione a listino basso. È il tentativo di ridisegnare il casco che Apple vende già, quello con chip M5 uscito nell’ottobre 2025, senza promettere che arriverà in negozio.
Perché il peso è il prodotto, non un optional
Il Vision Pro M5, sul foglio Apple, sta tra i 750 e gli 800 grammi con Light Seal e Dual Knit Band. La batteria, 353 grammi, pende già da un cavo. Due ore e mezza di autonomia dichiarata. Listino americano salito a 3.699 dollari a giugno. In Italia il prezzo di vetrina resta da fascia professionale, non da salotto.
Chi lo ha indossato mezz’ora lo sa senza scheda tecnica. Il collo paga prima del processore. Un MacBook Pro lo appoggiate sul tavolo. Un visore lo portate in faccia. Ogni grammo in più è un argomento contro la seconda sessione della giornata. Apple lo ha capito in ritardo rispetto al pubblico. I negozi, nelle ricostruzioni di Gurman, arrivano a vendere un pezzo al mese. L’azienda lo spinge verso usi verticali, sala operatoria compresa. Non è più il manifesto del spatial computing del 2023. È uno strumento di nicchia con un listino da laboratorio.
L’analogia utile è quella degli scarponi da sci e delle scarpe da corsa. Lo scarpone tiene, protegge, pesa. La scarpa da corsa toglie materiale finché il piede resiste. Il Vision Pro di oggi è lo scarpone. N224 è il tentativo di fare la scarpa senza perdere la soletta micro-OLED e il tracciamento di occhi e mani. Se togliete troppa soletta, non è più lo stesso sport.
Quattro scafi, una lite interna
Un progetto tiene la silhouette attuale e prova plastica, titanio e altre leghe. L’obiettivo è togliere massa senza spacchettare il computer. È la via che gli scettici del puck preferiscono: un oggetto solo, nient’altro da mettere in tasca o da dimenticare sul tavolo.
L’altra via è quella che Meta ha scelto per i VR Glasses da circa 100 grammi sul viso, un sesto del casco Apple, a un terzo del prezzo secondo il confronto di Gurman. Il cervello sta in un pacchetto a parte. Il visore diventa una maschera. Apple ha già una batteria esterna: il salto concettuale non è enorme. Il salto termico e di cavo sì. Il puck dovrebbe contenere anche il calcolo, non solo la carica. Qualche dirigente, sempre secondo Gurman, considera quell’oggetto un’esperienza scadente. Chi ha usato un Mac Pro 2013 con il cestello della scheda video ricorda il genere di compromesso: più fresco, meno elegante, un pezzo in più da non perdere.
Le altre due varianti restano sullo sfondo del racconto. Quello che conta è la tensione. Una fazione vuole un pezzo unico. L’altra accetta il distacco per vincere sui grammi. Finché la lite sta aperta, N224 non è un prodotto. È un laboratorio.
John Ternus ha detto in internamente che il Vision Pro attuale è una pietra di passaggio verso un altro oggetto. La frase non è un necrologio. È una gerarchia. Prima arrivano gli occhiali senza display, dati per fine 2027. Poi, se il laboratorio regge, il visore nuovo. Parte del Vision Products Group è già stata spostata sugli occhiali. Paul Meade, che guidava quel pezzo, è andato in OpenAI a giugno. I soldi e le teste seguono la priorità, non il comunicato del 2023.
Cosa è già morto e cosa è solo in pausa
Vision Air doveva essere il modello più economico e più leggero, con un chip meno potente e un pannello meno estremo. Samsung Display lavorava a un micro-OLED su vetro, G-VR, intorno ai 1.600-1.700 pixel per pollice, circa la metà della densità del Pro. The Elec ha scritto in estate che quel programma si chiudeva a settembre. Senza quel pannello il listino basso perde il pezzo che doveva tagliare il costo. Riaccenderlo tra due anni non è riaprire un cassetto. È rifare la fila in fabbrica.
N109, un altro tentativo di Pro più magro, è uscito di scena prima. Il refresh M5 dell’ottobre 2025 non è «Vision Pro 2». È lo stesso casco con un SoC nuovo, qualche pixel in più e 120 Hz. Apple non ha cambiato nome, e quella scelta racconta più di qualsiasi roadmap: non c’era un successore pronto, c’era un aggiornamento per non lasciare il bancone fermo.
Il software, intanto, continua. visionOS riceve funzioni. Il hardware di fascia alta resta in listino. La piattaforma non è stata cancellata. È stata messa in un ramo laterale mentre Cupertino insegue Meta sul naso, non sulla fronte.
Cosa cambia per chi ha già un Vision Pro in Italia
Nulla, sul breve. Il modello M5 resta l’unico visore Apple in Apple Store. Gli aggiornamenti arrivano. I ricambi e le ZEISS per le lenti restano il canale ufficiale. Chi lo usa per lavoro — modellazione, revisione, sala operatoria — non ha un sostituto in arrivo per le prossime due stagioni di eventi.
Chi aspetta «quello leggero» per comprare il primo deve aspettare gli occhiali del 2027, che non saranno un Vision Pro in miniatura, oppure il 2028 con il rischio che N224 resti in laboratorio. Due anni, in questa categoria, sono una vita. Meta nel frattempo vende grammi e prezzo. Apple vende risoluzione e un ecosistema chiuso. Il pubblico che voleva entrambi nello stesso oggetto ha già sentito la risposta: non ora.
Il confronto con gli AirPods è fuorviante. Quelli sono dimagriti perché il mestiere era piccolo. Il mestiere del Vision Pro è grande: due micro-OLED, decine di telecamere, un M-series e un chip R per i sensori. Togliere peso senza togliere mestiere è il nodo che ha già fatto fuori due prototipi. Il terzo, N224, sta ancora cercando il taglio.
Fino a un keynote, resta un racconto interno. Quattro scafi, una finestra lontana, una priorità che sta sugli occhiali. Il visore più leggero esiste come intenzione. Il bancone, in Italia come altrove, continua a esporre quello pesante.
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