Class action contro Netflix per gli aumenti degli abbonamenti: chi ha diritto al rimborso

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Se pagate l’abbonamento Netflix Premium dal 2017, il conto mensile è lievitato di otto euro senza che ve ne accorgeste fino in fondo. È esattamente su questo tipo di rincari, applicati per anni senza un vero consenso degli utenti, che si è mossa Movimento Consumatori, l’associazione che lunedì 20 luglio ha depositato presso il Tribunale di Roma una class action contro Netflix.

L’azione legale chiede la restituzione di tutti gli aumenti applicati agli abbonamenti tra il 2017 e il 2024. Non è un’iniziativa isolata: si fonda su una sentenza dello stesso Tribunale di Roma, emessa il primo aprile scorso, che ha già dichiarato nulle le clausole contrattuali con cui la piattaforma modificava unilateralmente i prezzi.

Movimento Consumatori deposita la class action contro Netflix

Una class action è un’azione giudiziaria collettiva che permette a un gruppo di consumatori, uniti dallo stesso pregiudizio economico, di ottenere un risarcimento attraverso un unico procedimento. In Italia lo strumento è disciplinato dal Codice del consumo, e richiede che il tribunale dichiari preliminarmente ammissibile l’azione prima di entrare nel merito dei risarcimenti.

Il ricorso depositato da Movimento Consumatori si rivolge a due soggetti distinti: Netflix Italy Services, che gestisce gli abbonamenti italiani dal 2022, e la controllata olandese Netflix International BV, responsabile del mercato italiano fino al 2021. Secondo l’associazione, entrambe avrebbero applicato aumenti fondati su clausole vessatorie, prive cioè di un motivo contrattualmente specificato che ne giustificasse la modifica unilaterale.

Il presidente di Movimento Consumatori, Alessandro Mostaccio, aveva già anticipato la linea dell’associazione dopo la sentenza di aprile, sottolineando che le modifiche unilaterali del prezzo devono rispettare rigorosi requisiti di trasparenza e di correttezza. Parole che oggi trovano conferma nell’avvio formale dell’azione risarcitoria.

Quanto vale il rimborso, e chi può ottenerlo

Chi ha sottoscritto un abbonamento Netflix tra il 2017 e il 2024 e ha subito uno o più aumenti del canone mensile può rientrare nella platea dei potenziali beneficiari. Secondo le stime dell’associazione, gli interessati sono non meno di 5 o 6 milioni di consumatori, con rimborsi individuali compresi tra 250 e 500 euro a seconda del piano sottoscritto e della durata dell’abbonamento.

I quattro aumenti contestati, applicati nel 2017, nel 2019, nel 2021 e a novembre 2024, hanno portato il piano Premium a costare 8 euro al mese in più rispetto al prezzo originario, passando da 11,99 a 19,99 euro. Il piano Standard è invece salito di 4 euro, da 9,99 a 13,99 euro. Anche il piano Base, il più economico, ha subito un rincaro di 2 euro a ottobre 2024. La sentenza di aprile, va ricordato, impone a Netflix non solo i rimborsi retroattivi, ma anche l’allineamento dei prezzi attuali a quelli precedenti agli aumenti illegittimi.

Come aderire alla class action Netflix

Al momento non esiste ancora una procedura di adesione formale, che scatterà solo dopo l’eventuale ammissibilità dell’azione da parte del Tribunale di Roma. Movimento Consumatori ha però aperto una raccolta di manifestazioni di interesse, già sottoscritta da oltre 240.000 persone, utile a tenere aggiornati gli utenti sugli sviluppi della causa.

Chi vuole seguire l’iter può in questa fase:

Verificare di aver attivato un abbonamento Netflix tra il 2017 e il 2024, mantenendolo attivo durante almeno uno degli aumenti contestati.

Compilare il modulo online messo a disposizione da Movimento Consumatori, indicando i propri dati e il tipo di piano sottoscritto nel tempo.

Attendere la decisione del Tribunale di Roma sull’ammissibilità dell’azione, passaggio necessario prima che si apra la vera e propria finestra di adesione con effetti risarcitori.

Conservare le ricevute o gli estratti conto relativi ai pagamenti Netflix, documenti che potrebbero essere richiesti nella fase successiva per quantificare il rimborso spettante.

Il ricorso di Netflix e le prossime tappe

Netflix non ha finora avanzato alcuna proposta di rimborso agli utenti italiani. Anzi, dopo la sentenza di aprile la società ha impugnato il provvedimento inibitorio davanti alla Corte d’appello di Roma, e il 17 aprile ha aggiornato le condizioni di utilizzo e l’informativa privacy del servizio: un intervento che, secondo Movimento Consumatori, nasconderebbe un’ulteriore modifica unilaterale delle condizioni contrattuali.

La posizione ufficiale dell’azienda, comunicata dopo la sentenza di primo grado, resta improntata alla difesa delle proprie pratiche commerciali: un portavoce ha dichiarato a Il Sole 24 Ore che l’azienda prende molto sul serio i diritti dei consumatori, ritenendo le proprie condizioni sempre in linea con la normativa italiana.

Il caso italiano, va detto, non è isolato. Vicende simili sono state promosse o sono ancora pendenti in Germania, dove la Corte d’appello di Berlino ha dichiarato vessatorie clausole analoghe con una decisione poi confermata dalla Corte di Cassazione federale tedesca, oltre che in Paesi Bassi, Austria e Polonia. Un fronte europeo che rende il precedente romano un banco di prova per l’intero settore della subscription economy, non solo per Netflix.

Ora la palla passa al Tribunale di Roma, chiamato a pronunciarsi sull’ammissibilità della class action. Se l’azione verrà accolta, milioni di abbonati italiani potrebbero vedersi riconosciuto un diritto che, fino a qualche mese fa, sembrava impensabile da far valere collettivamente contro un colosso dello streaming.


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