Avete mai fotografato il tramonto più bello dell’anno con lo smartphone, per poi scoprire a casa che il cielo arancione è diventato una macchia bianca sovraesposta, o che le persone in controluce sono solo sagome nere senza un filo di dettaglio? È uno dei limiti più comuni della fotografia da smartphone, ed è anche il motivo per cui, scavando tra le impostazioni della fotocamera, prima o poi vi sarete imbattuti in una sigla di tre lettere: RAW.
Molti la ignorano perché non sanno cosa significhi davvero. Altri la attivano senza capire perché, all’improvviso, i file diventino enormi e le foto sembrino più spente del solito. Questa guida spiega passo dopo passo cos’è il RAW, cosa succede davvero dentro il sensore del vostro telefono quando lo attivate, e quando conviene usarlo sul serio.
Cos’è un file RAW, e perché è diverso da una foto normale
Un file RAW è il dato grezzo catturato dal sensore della fotocamera, prima che qualunque algoritmo lo trasformi nell’immagine finita che siete abituati a vedere. Un JPEG o un HEIC, i formati che il vostro smartphone produce di default, sono invece il risultato già cotto di quella lavorazione: bilanciamento del bianco applicato, contrasto regolato, colori saturati, compressione per ridurre il peso del file.
Pensate alla differenza come a un piatto al ristorante. Un JPEG è la portata già cucinata e impiattata: bella da vedere, pronta da mangiare, ma se a quel punto volete cambiare la quantità di sale non potete più tornare indietro agli ingredienti originali. Un file RAW è la dispensa con gli ingredienti crudi, la stessa materia prima che lo smartphone userebbe comunque per cucinare il JPEG, ma lasciata intatta a vostra disposizione per essere lavorata come preferite.
Questa differenza ha una conseguenza pratica precisa: quando il telefono crea un JPEG, butta via una parte dei dati catturati dal sensore per alleggerire il file e velocizzare la condivisione. Se una zona della foto è troppo chiara o troppo scura, quell’informazione persa non si recupera più in fase di modifica. In un file RAW, quei dati restano quasi tutti disponibili, e potete tirarli fuori dopo, mentre modificate la foto su Lightroom, Snapseed o l’app Foto del telefono.
Cosa succede dentro il sensore quando scattate una foto
Il sensore di uno smartphone non vede i colori come i vostri occhi: ogni singolo pixel del sensore percepisce soltanto l’intensità della luce che lo colpisce, in pratica solo in bianco e nero. Sopra ogni pixel è posato un minuscolo filtro colorato, rosso, verde o blu, disposto secondo uno schema a scacchiera che si ripete su tutta la superficie del sensore: è il cosiddetto filtro di Bayer, dal nome dell’ingegnere Kodak che lo inventò negli anni Settanta.
È come se il sensore fosse un’enorme scacchiera dove ogni casella riesce a vedere un solo colore. Il colore mancante di ciascuna casella viene poi ricostruito per interpolazione, confrontando i valori delle caselle vicine, un po’ come indovinare la tinta scomparsa di una tessera di mosaico osservando quelle intorno. Questo processo si chiama demosaicizzazione, ed è il primo passaggio che trasforma il mosaico grezzo del sensore in un’immagine a colori vera e propria.
Qui però serve una precisazione che spesso viene taciuta: sulle fotocamere tradizionali, i file RAW conservano il mosaico grezzo non ancora interpolato, ed è il software di editing sul computer a occuparsi della demosaicizzazione al momento dell’importazione. Sugli smartphone, invece, i file RAW che potete scaricare (i cosiddetti DNG di Apple ProRAW o Samsung Expert RAW) hanno quasi sempre già subito la demosaicizzazione e una prima elaborazione del processore immagine del telefono. Quello che conservano intatto non è il mosaico originale, ma l’ampia profondità di colore e la gamma dinamica, cioè la parte più preziosa dei dati, senza la compressione distruttiva del JPEG.
Perché il RAW cattura più informazioni: la profondità colore
Un file JPEG registra 8 bit di informazione per ciascun canale colore, che corrispondono a 256 livelli di luminosità possibili. Un file RAW da smartphone ne registra tipicamente 10, 12 o 14, fino ai 16 bit del Samsung Expert RAW, che corrispondono rispettivamente a 1.024, 4.096, 16.384 e 65.536 livelli.
Pensate alla differenza come a due modi di descrivere a parole la luminosità di un tramonto: nel primo caso avete a disposizione 256 parole diverse, nel secondo fino a 65.536. Con poche parole a disposizione, alcune sfumature dovranno per forza essere arrotondate alla parola più vicina, e nella foto questo si traduce in un fenomeno chiamato banding, cioè piccoli gradini di colore visibili dove dovrebbe esserci un passaggio continuo, per esempio nel cielo di un tramonto o su una parete bianca leggermente in ombra.
Con più livelli disponibili, quel passaggio resta morbido, e soprattutto avete molto più margine per intervenire dopo lo scatto: schiarire un’ombra o recuperare una luce troppo forte senza che compaiano artefatti innaturali o rumore digitale. Per chi modifica le foto su un computer o direttamente sullo smartphone, è questo il vantaggio più concreto del RAW.
RAW singolo o RAW multiplo: come funziona davvero su uno smartphone
La maggior parte delle modalità RAW sugli smartphone moderni, Apple ProRAW e Samsung Expert RAW comprese, non catturano un singolo scatto come farebbe una fotocamera tradizionale: ne catturano diversi e li combinano insieme. È una tecnica che i produttori chiamano RAW multiplo, o multi-frame RAW.
Immaginate di scattare dieci polaroid quasi identiche in rapida sequenza e di sovrapporle una sopra l’altra controluce: il rumore casuale di ciascuno scatto, quei puntini di grana che compaiono più per caso che per la scena reale, tende a mediarsi e scomparire, mentre il dettaglio che si ripete identico in tutti gli scatti resta ben visibile. È più o meno quello che fa il software del telefono quando unisce dieci o quindici fotogrammi scattati in rapidissima sequenza in un unico file DNG: riduce il rumore, amplia la gamma dinamica combinando esposizioni leggermente diverse, e solo alla fine codifica il risultato in un file RAW che potete modificare come se fosse uno scatto singolo.
Questo meccanismo ha un costo pratico: per catturare uno scatto RAW multiplo è necessario tenere il telefono relativamente fermo per una frazione di secondo mentre vengono acquisiti i fotogrammi. Non è la modalità ideale per soggetti in movimento rapido, come un bambino che corre o un animale che gioca, dove un piccolo disallineamento tra i fotogrammi può generare sfocature o aloni fantasma attorno ai contorni.
Come attivare il RAW sul vostro smartphone
Su quasi tutti gli smartphone recenti il RAW si trova dentro le impostazioni della fotocamera, spesso etichettato come “formati” oppure raggiungibile attraverso una modalità Pro dedicata, ma il percorso preciso cambia da marchio a marchio.
iPhone
Su iPhone il formato si chiama Apple ProRAW ed è integrato direttamente nell’app Fotocamera di serie, disponibile dall’iPhone 12 Pro in poi sui modelli Pro. Si attiva da Impostazioni, poi Fotocamera, poi Formati, spuntando l’opzione Apple ProRAW: da quel momento comparirà un pulsante RAW visibile direttamente nel mirino. Con il sensore principale da 48 megapixel dell’iPhone 17 Pro, un singolo scatto ProRAW pesa circa 65 megabyte, contro i 2-3 megabyte di un HEIC standard.
Samsung
Su Samsung la funzione si chiama Expert RAW e, a differenza di Apple, non è integrata nell’app fotocamera predefinita: va scaricata separatamente dal Galaxy Store come app a sé stante. Una volta installata, compare come modalità aggiuntiva nel carosello della fotocamera e produce file DNG a 16 bit, che pesano mediamente intorno ai 30 megabyte l’uno.
Google Pixel e altri Android
Sui Google Pixel e sulla maggior parte degli smartphone Android, il RAW si attiva dalla modalità Pro o Manuale già presente nell’app fotocamera, senza bisogno di app aggiuntive nei modelli più recenti. In alternativa, app di terze parti come Lightroom Mobile o Open Camera permettono di forzare la cattura in DNG anche su modelli dove l’opzione non è immediatamente visibile nelle impostazioni.MarchioDove si attivaFormatoPeso file circaAppleImpostazioni > Fotocamera > FormatiProRAW (DNG, 12 bit)65 MBSamsungApp Expert RAW (Galaxy Store)Expert RAW (DNG, 16 bit)30 MBGoogle / AndroidModalità Pro nativa o app terzeDNG20-40 MB
Quanto spazio occupa un file RAW, e cosa significa per il vostro cloud
Un file RAW pesa tra le dieci e le venticinque volte più di un JPEG equivalente, e questo si traduce rapidamente in un problema di spazio, sia sul telefono sia sul cloud dove probabilmente fate il backup automatico delle foto. Se un JPEG occupa in media 2,5 megabyte, un centinaio di scatti RAW può facilmente superare i 3 gigabyte, uno spazio che con i JPEG servirebbe a contenere oltre mille foto.
Per chi salva le foto su iCloud, il piano da 200 gigabyte costa 2,99 euro al mese, mentre quello da 2 terabyte sale a 9,99 euro al mese: chi scatta molto in RAW rischia di dover fare l’upgrade al piano superiore prima del previsto, semplicemente per il peso dei file. Il consiglio pratico è usare il RAW in modo selettivo, per le scene davvero difficili o per gli scatti che sapete già di voler modificare con cura, non come impostazione predefinita per ogni fotografia della giornata.
Con quali app modificare un RAW da smartphone
I file ProRAW si aprono e si modificano direttamente nell’app Foto di iPhone, senza bisogno di scaricare altro, mentre i file Expert RAW si gestiscono nell’app Galleria di Samsung o nella stessa app Expert RAW. Per un controllo più approfondito, l’app gratuita Adobe Lightroom Mobile legge i file DNG di qualunque marchio e offre curve, bilanciamento del bianco selettivo e maschere locali, anche se alcune funzioni avanzate restano riservate all’abbonamento Creative Cloud. Snapseed, gratuita anch’essa, importa i RAW ma li converte internamente prima di iniziare a modificarli, un compromesso accettabile per chi non ha bisogno della massima precisione.
Modificare un RAW significa soprattutto due cose che un JPEG non permette con la stessa libertà: recuperare dettaglio nelle zone bruciate o troppo scure senza generare rumore visibile, e correggere il bilanciamento del bianco dopo lo scatto come se lo steste impostando in quel momento, invece di dover convivere con una dominante di colore sbagliata fissata per sempre nel file.
RAW o JPEG: quando conviene scegliere l’uno o l’altro
Il RAW conviene nelle scene ad alto contrasto che sapete già di voler modificare con calma, controluce, tramonti, interni con finestre molto luminose, mentre il JPEG resta la scelta giusta per gli scatti quotidiani da condividere subito sui social o da mandare su WhatsApp senza passare da un editor.
C’è un dettaglio che sorprende chi prova il RAW per la prima volta: aperto così com’è, senza modifiche, un file RAW appare spesso più spento e piatto del JPEG scattato nello stesso momento. Non è un difetto: è la conseguenza diretta del fatto che il telefono, generando il JPEG, ha già applicato contrasto, saturazione e nitidezza extra per farlo sembrare più bello a colpo d’occhio. Il RAW lascia quel lavoro a voi, ed è proprio questo lo scambio implicito quando lo scegliete: più libertà, ma anche più tempo da dedicare alla modifica.
Cosa restano nei metadati di un RAW, e perché in Italia conta anche per la privacy
Un file RAW conserva metadati EXIF completi, inclusi modello del telefono, data e ora esatte dello scatto e, se il GPS era attivo, le coordinate precise del luogo in cui la foto è stata scattata. È un dettaglio che riguarda anche i JPEG, ma con i RAW il rischio è più concreto: mentre molte piattaforme social ripuliscono automaticamente i metadati dai JPEG prima della pubblicazione, condividendo o inviando direttamente un file RAW, per esempio via email o su un cloud personale, quei dati restano quasi sempre intatti.
In Italia questo non è solo un tema tecnico. Il Garante per la protezione dei dati personali ha stabilito fin dal 2001 che le immagini che ritraggono persone identificabili sono a tutti gli effetti dati personali, e da allora il quadro si è consolidato con il GDPR: le coordinate GPS che rivelano dove si trova una persona rientrano tra i dati che il regolamento europeo tutela. Prima di condividere pubblicamente una serie di foto scattate abitualmente nello stesso posto, casa vostra o il luogo di lavoro, per esempio, vale la pena controllare ed eventualmente rimuovere i metadati di geolocalizzazione: su iPhone l’app Foto permette di farlo direttamente dal menu di condivisione, mentre su Android spesso serve un’app dedicata alla rimozione dei metadati, perché Google Foto non offre questa opzione in modo nativo.
La prossima volta che aprite le impostazioni della fotocamera e vedete quella sigla di tre lettere, saprete cosa state davvero attivando: non un filtro, non un trucco, ma l’accesso diretto ai dati grezzi che il sensore ha registrato, prima che qualunque algoritmo decida al posto vostro come dovrebbe apparire quella luce. Sta a voi decidere se vale la pena portarsela a casa, un file alla volta.