La Commissione Europea ha congelato l’acquisizione di Ceconomy da parte di JD.com, il colosso cinese dell’e-commerce terzo in Cina dopo Alibaba e Temu. Lo ha fatto il 28 maggio 2026 applicando per la prima volta nella storia il Regolamento sui Sussidi Esteri — lo strumento normativo che Bruxelles si è dato nel 2022 per proteggersi dalle distorsioni causate da imprese straniere finanziate dai rispettivi governi. Non era mai successo prima con un’acquisizione cinese.
L’operazione in discussione vale circa 4 miliardi di dollari. JD.com aveva acquisito l’85,2% di Ceconomy — la holding tedesca che controlla oltre mille negozi in Europa con i marchi MediaMarkt, Saturn e, in Italia, MediaWorld — tra agosto e dicembre 2025. Di questi 144 si trovano in Italia.
Perché la Commissione ha fermato tutto
Il sospetto di Bruxelles è preciso: JD.com avrebbe ricevuto dal governo di Pechino finanziamenti preferenziali, incentivi fiscali e sovvenzioni da entità riconducibili alla Repubblica Popolare Cinese. Se confermato, questo avrebbe consentito all’azienda di presentare un’offerta più alta di quanto un operatore privato, senza accesso a quel tipo di supporto, avrebbe potuto permettersi.
Le implicazioni non si fermano al prezzo pagato. Una Ceconomy integrata con JD.com — che porta in dote l’intera infrastruttura logistica e l’enorme catalogo di prodotti cinesi a prezzi fortemente competitivi — potrebbe falsare il mercato europeo dell’elettronica di consumo praticando prezzi che i concorrenti europei non sono in grado di eguagliare. La preoccupazione è esplicitamente quella: non solo l’acquisizione, ma le attività post-fusione.
JD.com ha risposto che “l’operazione è stata finanziata tramite debito bancario privato”. È una risposta tecnicamente plausibile, ma difficile da verificare nella sua interezza: Pechino ha strumenti per mobilitare capitale attraverso le proprie banche di stato a condizioni non di mercato senza che il flusso appaia direttamente come sussidio governativo. L’indagine mira esattamente a scomporre questa catena.
Come funziona il Regolamento sui Sussidi Esteri e cosa può succedere
Il Regolamento sui Sussidi Esteri — acronimo RSF, in vigore dal 12 gennaio 2023 — è lo scudo normativo che la Commissione aveva costruito per rispondere all’asimmetria competitiva tra le imprese europee e quelle sostenute da capitali pubblici stranieri. Fino ad ora non era mai stato usato per bloccare un’acquisizione cinese. L’operazione JD.com/Ceconomy è il primo test reale.
La Commissione ha ora 90 giorni lavorativi — fino al 2 ottobre 2026 — per condurre l’indagine approfondita. Al termine del procedimento, tre esiti sono possibili: accettare gli impegni proposti da JD.com qualora siano ritenuti sufficienti a eliminare la distorsione; vietare la concentrazione; emettere una decisione di non obiezione se i dubbi vengono dissipati.
L’avvio dell’indagine non pregiudica l’esito. Ma congela il deal, che Ceconomy si aspettava di concludere entro poche settimane.
Austria e Italia avevano già alzato la voce
La Commissione non è la prima istituzione ad aver rallentato l’operazione. A marzo 2026 le autorità austriache avevano già posto obiezioni, citando rischi per la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico, le infrastrutture critiche e le tecnologie chiave — definendo l’acquisizione qualcosa di più di una semplice operazione retail. Ceconomy aveva accusato Vienna di non voler partecipare a un processo di ricerca di soluzioni condivise, accusa respinta dall’Austria.
L’Italia, da parte sua, aveva approvato l’operazione a novembre 2025 nell’ambito del golden power, ma con condizioni che rivelano la sensibilità del dossier. Il governo Meloni aveva legato il via libera a requisiti specifici sulla gestione dei dati personali: i record di 21,6 milioni di clienti italiani dovranno restare in strutture europee, non potranno essere condivisi con JD.com e le sue controllate fuori dall’Unione Europea. È un vincolo che riconosce implicitamente che il dato del consumatore europeo è una risorsa strategica che non può seguire liberamente la catena di comando societaria verso Pechino.
JD.com non aspetta: Joybuy è già in Europa
Mentre il deal è in stand-by regolatorio, JD.com si muove su un secondo binario. A marzo 2026 ha lanciato Joybuy, il suo marchio di commercio online diretto in Europa, attivo in sei Paesi — Regno Unito, Germania, Paesi Bassi, Francia, Belgio e Lussemburgo — con consegna a domicilio tramite JoyExpress in oltre 30 città. La promessa è la stessa velocità di consegna del mercato cinese, applicata al mercato europeo.
L’acquisizione di Ceconomy avrebbe aggiunto a questo schema una rete fisica di oltre mille punti vendita e una base di 50 milioni di clienti fidelizzati. Ma l’espansione commerciale diretta procede indipendentemente dall’esito del procedimento a Bruxelles.
Il contesto geopolitico: i dazi Trump e il pivot cinese verso l’Europa
L’operazione non è leggibile fuori dal suo contesto. Le politiche tariffarie dell’amministrazione Trump hanno reso il mercato americano significativamente più chiuso ai prodotti cinesi rispetto a due anni fa. Il risultato è un reindirizzamento dei flussi commerciali: le merci che non trovano sbocco negli USA vengono orientate verso l’Europa, dove i dazi sono più contenuti e il mercato dei consumatori è tra i più grandi al mondo.
L’acquisizione di Ceconomy rientra in questo pivot. Come Puma è passata a Anta Sports — azienda cinese nata come fornitore di Nike e Adidas — JD.com mira a trasformarsi da fornitore della grande distribuzione europea a proprietario della stessa. Il risultato cambia in modo strutturale i rapporti di forza nella distribuzione di elettronica di consumo in Europa.
Il 2 ottobre 2026 la Commissione Europea dovrà dire se questo è accettabile, condizionabile o da bloccare. Per i 144 negozi MediaWorld in Italia, e per chi ci lavora e ci compra, la risposta conta.
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