Perché il Bitcoin sta salendo: le ragioni del rally

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Perché il Bitcoin sta salendo con questa violenza? In cinque sedute la criptovaluta è passata da circa 62.800 dollari a superare quota 77.000, con un massimo intraday oltre i 79.000 toccato nella giornata di oggi. È il guadagno settimanale più ampio da oltre due anni e ha aggiunto qualcosa come 280 miliardi di dollari alla capitalizzazione di Bitcoin, risalita verso 1.500 miliardi.

Numeri del genere, in un mercato che per mesi si era addormentato in una fascia stretta tra 60.000 e 66.000 dollari, meritano una spiegazione seria. Che non è “stanno comprando gli istituzionali”, né “il ciclo è ripartito”. La storia comincia in un posto piuttosto lontano dalle criptovalute: il mercato dei titoli di Stato americani.

Perché il Bitcoin sta salendo: le tre forze in gioco

Il rally di agosto 2026 nasce dalla combinazione di tre elementi: l’annuncio del Tesoro statunitense di raddoppiare i riacquisti di titoli a lunga scadenza, la liquidazione forzata di posizioni ribassiste per circa 3,3 miliardi di dollari in ventiquattro ore, e la spinta politica della Casa Bianca per portare il Clarity Act al voto entro settembre. Nessuno dei tre, isolatamente, spiega un movimento di questa portata.

Conviene prenderli uno alla volta. Hanno pesi diversi — e durate ancora più diverse.

Il buyback del Tesoro americano, spiegato senza giri di parole

Un buyback del Tesoro è un’operazione con cui il Dipartimento del Tesoro statunitense riacquista sul mercato secondario titoli di Stato già emessi, in genere quelli meno liquidi, finanziando l’acquisto con nuove emissioni a breve termine. Non è creazione di moneta: è un cambio di composizione del debito, non una sua riduzione.

Il 19 agosto il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato che le operazioni di supporto alla liquidità sui segmenti 10-20 e 20-30 anni raddoppieranno la dimensione massima, passando da 2 a almeno 4 miliardi di dollari per asta, con effetto dal 9 settembre e fino al trimestre di rifinanziamento che si chiude il 4 novembre.

Il contesto rende l’annuncio meno tecnico di quanto sembri. A metà agosto il rendimento del trentennale americano aveva toccato il 5,3371%, il livello più alto dal 2007, mentre il decennale si avvicinava al 4,75%. Con i titoli di Stato che pagano così, il capitale non ha grandi motivi per rischiare altrove. Bessent ha rotto quella dinamica: i rendimenti sulla parte lunga sono scesi, il dollaro si è indebolito, e gli asset rischiosi hanno respirato.

Bitcoin è stato il più reattivo di tutti. Il che, francamente, dice più sulla struttura del mercato cripto che sulla portata dell’intervento.

Perché qui va segnalata una perplessità legittima, sollevata anche da Mohamed El-Erian: la reazione dei mercati è sembrata sproporzionata rispetto alla dimensione effettiva del programma. Non è quantitative easing, non è controllo della curva dei rendimenti. Il sospetto di molti operatori è che il mercato non stia prezzando i 4 miliardi annunciati, ma quello che potrebbe venire dopo.

Lo short squeeze da 3,3 miliardi che ha fatto il resto

Uno short squeeze è la chiusura forzata e a catena di posizioni ribassiste: chi ha scommesso sul ribasso con leva finanziaria viene liquidato automaticamente quando il prezzo sale oltre una certa soglia, e la liquidazione genera un ordine di acquisto che spinge il prezzo ancora più su. È un meccanismo che si autoalimenta finché non finisce il carburante.

E carburante ce n’era parecchio. Nella sola giornata di mercoledì sono stati liquidati circa 3,3 miliardi di dollari in derivati, con altri 1,25 miliardi nelle ventiquattro ore successive. Le posizioni short spazzate via hanno raggiunto un record di circa 2,7 miliardi, coinvolgendo oltre centomila trader.

Il mercato, insomma, era posizionato dalla parte sbagliata. Il Fear & Greed Index viaggiava intorno a 40, in territorio di paura, mentre i tassi di finanziamento sui perpetui erano piatti: nessuno stava pagando per stare lungo. Oggi lo stesso indice segna 72, ossia avidità, e l’RSI giornaliero è schizzato sopra 84.

Ecco il punto che molti titoli trascurano: uno short squeeze è per definizione un evento irripetibile. Quelle posizioni non possono essere liquidate due volte. Da qui in avanti, la salita deve poggiare su domanda reale.

Washington e il Clarity Act: la scommessa regolatoria

Il terzo pilastro è politico. Il 18 agosto la SEC ha proposto il proprio primo grande impianto regolamentare sulle cripto-attività, che introduce esenzioni mirate per le emissioni di token e una soglia di raccolta agevolata da 5 milioni di dollari per le startup, in cambio di obblighi di trasparenza e rendicontazione.

Il giorno dopo, alla Casa Bianca, Donald Trump ha riunito i vertici del settore — tra gli altri Brian Armstrong di Coinbase, Vlad Tenev di Robinhood, Arjun Sethi di Kraken, i gemelli Winklevoss — insieme al presidente della SEC Paul Atkins e a quello della CFTC Michael Selig, chiedendo al Congresso di approvare quella che ha definito una versione equa del Clarity Act.

Il provvedimento definirebbe per legge cosa è un digital commodity e cosa una security, assegnando le competenze tra SEC e CFTC. Ha già superato la Camera nel luglio 2025 con 294 voti contro 134 e la commissione bancaria del Senato nel maggio 2026 con 15 sì e 9 no, ma si è arenato prima della pausa estiva sulle norme etiche pensate per impedire ai funzionari pubblici di trarre profitto dal settore che regolano. Servono 60 voti al Senato, e la finestra utile è quella di settembre: dopo, il calendario porta dritti alle elezioni di novembre.

Nel frattempo i capitali istituzionali sono tornati: gli ETF spot americani hanno registrato 517 milioni di dollari di afflussi netti, il dato migliore da maggio.

Quanto può reggere questo rally?

Un promemoria utile prima di entusiasmarsi: nonostante tutto, Bitcoin resta lontano dal massimo del 2026, i 94.820 dollari di metà gennaio, e ancora di più dal record storico di 126.198 dollari toccato il 6 ottobre dell’anno scorso. Questo è un recupero, non una nuova frontiera.

Gli elementi incoraggianti ci sono. La dominance di Bitcoin è salita al 59,9% e il movimento si è esteso all’intero comparto invece di concentrarsi su pochi nomi: rally larghi tendono a durare più di quelli stretti. Il livello che gli analisti indicano come spartiacque è quota 70.000 dollari, la soglia sotto la quale l’intera settimana si riduce a un incidente di posizionamento.

Sull’altro piatto della bilancia pesa la macroeconomia, e pesa parecchio. La Federal Reserve guidata da Kevin Warsh ha lasciato i tassi fermi tra il 3,5% e il 3,75%, e il mercato assegna ancora circa il 35% di probabilità a un rialzo a settembre. Non a un taglio: a un rialzo. Il simposio di Jackson Hole, in programma dal 27 al 29 agosto con un tema dedicato proprio all’innovazione finanziaria e ai pagamenti, dirà molto su quanto durerà l’ossigeno arrivato dal mercato obbligazionario.

Le previsioni degli analisti, come sempre, coprono tutto lo spettro. Standard Chartered vede 100.000 dollari entro fine anno, sostenendo che il minimo di ciclo sia ormai alle spalle — pur avendo rivisto la propria posizione più volte nel corso del 2026. C’è invece chi si aspetta un’ultima capitolazione con un altro 20% di ribasso prima di una ripartenza vera.

La verità è che questa settimana ha mostrato qualcosa di più interessante di un numero sul grafico: ha mostrato quanto Bitcoin sia diventato sensibile a una singola riga di un comunicato del Tesoro americano. L’asset nato per essere indipendente dal debito pubblico si è mosso del 23% perché il debito pubblico aveva bisogno di aiuto. C’è una discreta ironia in tutto questo, e vale la pena tenerla a mente prima di trasformare un movimento di cinque giorni in una tesi d’investimento.

Fonti:

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