TikTok passa agli investitori americani: raggiunta l’intesa finale tra USA e Cina

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Immagina di aprire TikTok domattina e scoprire che la piattaforma su cui passi ore ogni giorno appartiene ormai a proprietari completamente diversi. Non è fantascienza: è la realtà che si sta concretizzando proprio in questi giorni. Dopo anni di tensioni diplomatiche, minacce di ban e trattative segrete, Stati Uniti e Cina hanno finalmente trovato l’accordo che ridisegna il futuro della piattaforma video più influente del pianeta. L’annuncio è arrivato dal segretario al Tesoro americano Scott Bessent, ponendo fine a una delle dispute tecnologiche più complesse della storia recente.

L’annuncio che cambia tutto arriva da Washington

Scott Bessent non ha lasciato spazio a interpretazioni quando, domenica 26 ottobre 2025, ha confermato alla CBS News quanto si rumoreggiava da settimane: “Abbiamo raggiunto un accordo definitivo su TikTok”. Poche parole che però racchiudono mesi di negoziati serrati, rilanci diplomatici e pressioni geopolitiche. Il segretario al Tesoro ha spiegato che il suo mandato consisteva nell’ottenere l’approvazione cinese per la transazione, obiettivo che ritiene raggiunto negli ultimi due giorni di colloqui intensi.

La formalizzazione ufficiale avverrà giovedì durante l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping previsto in Corea del Sud, più precisamente a Busan. Sarà il primo faccia a faccia tra i due leader dal 2019, un evento carico di significati che va ben oltre TikTok. Sul tavolo ci saranno infatti anche dossier cruciali come terre rare, soia, dazi commerciali e persino la spinosa questione di Taiwan. Ma per milioni di creator, inserzionisti e utenti comuni, è proprio la sorte della piattaforma video a catalizzare l’attenzione.

L’intesa siglata non riguarda esclusivamente l’app cinese. Si inserisce piuttosto in un pacchetto diplomatico più ampio che prevede la sospensione dei dazi del 100% sulle importazioni cinesi programmati per novembre, il rinvio di un anno delle restrizioni sull’export di terre rare da parte di Pechino, e l’impegno cinese a riprendere gli acquisti di soia americana. Una strategia di reciproche concessioni che riequilibra rapporti commerciali tesi da troppo tempo.

La struttura dell’accordo: chi controlla cosa

Entriamo nei dettagli che contano davvero. La valutazione complessiva dell’operazione si aggira sui 14 miliardi di dollari, cifra non da poco ma comunque inferiore rispetto alle stime più ottimistiche che circolavano nei mesi scorsi. La ripartizione azionaria prevede che il 65% delle quote passi a investitori americani e internazionali, mentre ByteDance e altri azionisti cinesi manterranno meno del 20% della proprietà.

Ma c’è un dettaglio cruciale che rischia di passare inosservato: pur cedendo il controllo operativo, ByteDance continuerà a incassare circa il 50% dei profitti generati da TikTok negli Stati Uniti. Come? Attraverso una licenza per l’utilizzo dell’algoritmo, il vero cuore tecnologico della piattaforma. Quell’intelligenza artificiale che decide quali video mostrarti, quali contenuti promuovere, quali trend far esplodere, resta proprietà intellettuale cinese e viene concessa in uso dietro compenso.

Il consiglio di amministrazione della nuova entità verrà completamente rivoluzionato. Sei seggi su sette passeranno ai nuovi proprietari americani, garantendo il controllo decisionale effettivo. La gestione della sicurezza informatica e dei server sarà affidata a Oracle, l’azienda guidata da Larry Ellison, noto sostenitore di Trump. Altri nomi circolati tra i potenziali investitori includono il magnate dei media Rupert Murdoch, il fondo di private equity Silver Lake e il fondo sovrano emiratino MGX, la cui presenza rafforza i legami strategici con Abu Dhabi.

Il nodo dell’algoritmo rimane strategico

Concedere in licenza l’algoritmo invece di cederlo rappresenta una mossa astuta da parte cinese. ByteDance mantiene così il controllo tecnologico su uno degli asset più preziosi dell’economia digitale contemporanea. Gli investitori americani acquisiscono marchio, utenti, ricavi pubblicitari e operatività, ma dipendono ancora dalla tecnologia sviluppata a Pechino. Una forma di interdipendenza che probabilmente è stata l’unica via percorribile per raggiungere l’intesa.

Come si è arrivati fin qui: cronologia di una battaglia epocale

La saga TikTok affonda le radici nel 2020, quando l’amministrazione Trump aveva già tentato di vietare l’app citando preoccupazioni per la sicurezza nazionale. All’epoca l’iniziativa si arenò tra contestazioni legali e resistenze del Congresso. Con l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca, la pressione non diminuì: nell’aprile 2024 il presidente firmò una legge bipartisan che imponeva a ByteDance di cedere le operazioni statunitensi entro nove mesi, pena il ban totale sul territorio americano.

Le autorità statunitensi temevano che TikTok potesse fungere da strumento di spionaggio per il governo cinese, con accesso privilegiato ai dati di 170 milioni di americani. Il Dipartimento di Giustizia arrivò ad affermare che attraverso l’app Pechino potrebbe “minare la fiducia nella democrazia ed esacerbare le divisioni sociali”. Accuse gravissime che ByteDance ha sempre respinto categoricamente, sostenendo di non aver mai ricevuto richieste dalle autorità cinesi e di non aver mai condiviso dati degli utenti con il governo di Xi Jinping.

Il punto di svolta arrivò a metà settembre 2025, durante incontri riservati a Madrid. In quell’occasione fu raggiunto un “accordo quadro” sui termini generali della cessione, appena due giorni prima della scadenza del 17 settembre entro cui ByteDance doveva decidere se accettare il divieto o cedere la proprietà. Trump aveva già prorogato più volte quella deadline, dimostrando interesse a salvare la piattaforma piuttosto che eliminarla. D’altronde, durante la campagna elettorale 2024 il tycoon aveva esplicitamente corteggiato i giovani utenti di TikTok, riconoscendo l’influenza politica che l’app esercita su quella fascia demografica.

Cosa cambia concretamente per gli utenti italiani ed europei

Per i 23,9 milioni di utenti mensili italiani e i oltre 200 milioni di europei che accedono regolarmente a TikTok, le conseguenze immediate potrebbero sembrare minime. L’app continuerà a funzionare normalmente, i video verranno caricati e visualizzati come sempre, i creator italiani potranno ancora monetizzare i contenuti. Almeno apparentemente.

In realtà, la separazione tra operazioni statunitensi e resto del mondo potrebbe generare frammentazioni impreviste. ByteDance gestirà direttamente i mercati non americani, mentre la nuova entità controllata dagli investitori USA si occuperà del territorio statunitense. Questo doppio binario rischia di creare infrastrutture parallele, algoritmi potenzialmente divergenti, politiche di moderazione differenziate. Un utente italiano potrebbe vedere trend diversi rispetto a un utente americano, non per scelte editoriali ma per architetture tecnologiche separate.

Dal punto di vista della privacy, le preoccupazioni europee non svaniscono con l’accordo americano. L’Unione Europea ha già inflitto a TikTok una multa da 530 milioni di euro nel maggio 2025 per violazioni del GDPR relative al trasferimento di dati verso la Cina. L’Autorità irlandese per la protezione dei dati aveva contestato che ByteDance non fosse riuscita a dimostrare che i dati degli europei, accessibili dal personale in Cina, godessero di protezioni equivalenti a quelle previste dal regolamento europeo. La vendita delle operazioni americane non risolve automaticamente questo problema per gli utenti del Vecchio Continente.

Zhang Yiming: l’imprenditore dietro il fenomeno globale

Per comprendere appieno la portata di quest’operazione, occorre guardare all’uomo che ha creato l’impero ByteDance. Zhang Yiming, imprenditore cinese nato nel 1983, fondò la società nel 2012 lanciando inizialmente Toutiao, un aggregatore di notizie basato su intelligenza artificiale. L’intuizione geniale fu applicare algoritmi di raccomandazione personalizzati per mostrare a ciascun utente contenuti allineati alle proprie preferenze, anticipando di anni quello che sarebbe diventato lo standard dell’industria.

Nel 2016 ByteDance lanciò Douyin per il mercato interno cinese, seguito nel 2017 dall’espansione internazionale con TikTok (inizialmente Musical.ly, acquisita e rebranded). L’ascesa fu fulminea: in pochi anni TikTok superò i social network consolidati diventando l’app più scaricata al mondo. Zhang Yiming si dimise dalla carica di CEO nel 2021, ma mantiene influenza sostanziale come azionista di maggioranza. La cessione americana rappresenta probabilmente la sconfitta strategica più dolorosa della sua carriera, anche se mitigata dal mantenimento dei profitti derivanti dalla licenza dell’algoritmo.

I rischi geopolitici che l’accordo non elimina

Pur rappresentando un compromesso diplomatico significativo, l’intesa non risolve le tensioni strutturali tra Stati Uniti e Cina sul fronte tecnologico. Washington resta convinta che le leggi cinesi, in particolare la National Intelligence Law del 2017, obblighino qualsiasi azienda cinese a cooperare con i servizi di intelligence di Pechino su richiesta. Questo significa che finché ByteDance mantiene anche solo una quota minoritaria e continua a fornire l’algoritmo, un canale teorico di influenza permane.

Eric Schmidt, ex CEO di Google e oggi figura influente nell’intelligence americana, ha definito i social network “infrastrutture critiche” per la sicurezza nazionale. Non si tratta solo di proteggere dati personali, ma di comprendere che chi controlla le piattaforme attraverso cui milioni di persone si informano e formano opinioni detiene un potere enorme. L’algoritmo di TikTok decide quali contenuti amplificare e quali sopprimere, influenzando percezioni, valori e comportamenti di intere generazioni.

C’è poi un paradosso interessante: mentre gli Stati Uniti hanno costretto la cessione di TikTok citando timori di manipolazione straniera, la piattaforma passerà ora sotto il controllo di un consorzio di investitori prevalentemente vicini all’area conservatrice e all’orbita di Trump. Il rischio di polarizzazione politica interna potrebbe quindi sostituire quello di influenza esterna. Chi garantisce che i nuovi proprietari non utilizzeranno l’algoritmo per favorire determinate narrazioni politiche?

L’impatto economico: vincitori e vinti dell’operazione

Dal punto di vista finanziario, l’accordo produce vincitori evidenti. Gli investitori americani acquisiscono accesso a una delle piattaforme più redditizie e influenti al mondo, con ricavi pubblicitari che nel 2024 hanno superato i 18 miliardi di dollari globalmente. Oracle, in particolare, consolida la propria posizione nel settore cloud diventando provider infrastrutturale critico per TikTok USA.

ByteDance, nonostante la cessione forzata, non esce completamente sconfitta. Mantenere il 50% dei profitti americani pur detenendo meno del 20% del capitale rappresenta un risultato difensivo notevole. La licenza dell’algoritmo garantisce flussi di cassa costanti per anni, forse decenni, senza più esporre l’azienda ai rischi politici e reputazionali delle operazioni americane.

I creator professionisti potrebbero trovarsi davanti a scenari contrastanti. Da un lato, maggiore stabilità regolamentare e minori rischi di ban improvvisi. Dall’altro, possibili cambiamenti nelle politiche di monetizzazione o nelle metriche che determinano la visibilità dei contenuti. Se l’algoritmo dovesse subire modifiche per allinearlo a sensibilità americane (più controllo sui contenuti politici, maggiore moderazione su temi controversi), l’ecosistema dei creator potrebbe risentirne.

TikTok Shop e il futuro del social commerce

Un aspetto spesso trascurato riguarda l’impatto dell’accordo su TikTok Shop, la funzionalità di e-commerce integrata lanciata in Italia il 31 marzo 2025 e che conta già oltre 8.000 venditori italiani. L’integrazione tra intrattenimento e commercio rappresenta una delle scommesse strategiche più ambiziose della piattaforma, con l’80% degli utenti globali che dichiara di essersi lasciato ispirare da TikTok per provare o comprare prodotti nuovi.

La separazione tra operazioni americane e internazionali potrebbe complicare l’espansione del social commerce. Gli investitori USA potrebbero voler accelerare l’integrazione con sistemi di pagamento americani, logistica locale e partnership retail statunitensi, creando divergenze rispetto alle strategie europee o asiatiche. Le piccole e medie imprese italiane che hanno iniziato a vendere tramite TikTok Shop potrebbero trovarsi davanti a ecosistemi sempre più frammentati, con policy differenti tra mercati.

Le alternative che osservano da lontano

Meta, che con Instagram Reels e Facebook aveva tentato di contrastare l’ascesa di TikTok, osserva gli sviluppi con interesse strategico. Un TikTok indebolito da transizioni proprietarie e possibili disguidi operativi potrebbe aprire spazi competitivi. YouTube Shorts, similmente, potrebbe beneficiare di eventuali migrazioni di creator insoddisfatti dai cambiamenti in arrivo.

Ma c’è anche uno scenario meno ovvio: se l’accordo dovesse funzionare bene, dimostrando che è possibile separare operazioni commerciali occidentali da proprietà tecnologica cinese mantenendo redditività per entrambe le parti, potrebbe creare un precedente pericoloso. Altri governi occidentali potrebbero richiedere accordi simili per altre app cinesi presenti nei loro mercati, innescando una frammentazione globale dell’internet che conosciamo.

Il precedente legale e le implicazioni future

L’ordine esecutivo firmato da Trump il 25 settembre 2025 ha fornito la base giuridica per sbloccare il passaggio di proprietà aggirando la legge sul divieto approvata durante l’amministrazione Biden. Questo solleva interrogativi costituzionali non banali: fino a che punto il potere esecutivo può intervenire per forzare cessioni di asset privati citando sicurezza nazionale? E cosa impedisce che questo precedente venga utilizzato in futuro contro altre aziende straniere operanti negli USA?

Gruppi per le libertà civili hanno espresso preoccupazioni sul fatto che forzare la vendita di una piattaforma di comunicazione stabilisce un precedente pericoloso per la libertà di espressione. Se il governo può costringere la cessione di TikTok perché controllata da interessi cinesi, potrebbe fare lo stesso con altri media controllati da capitali stranieri? E dove si traccia il confine tra legittima protezione della sicurezza nazionale e protezionismo mascherato?

Douyin versus TikTok: due app, due mondi

Un confronto illuminante emerge osservando le differenze tra Douyin (versione cinese) e TikTok (versione internazionale). In Cina, l’algoritmo di Douyin privilegia contenuti educativi, patriottici e formativi. Limiti stringenti sul tempo di utilizzo per i minori, moderazione severa su contenuti ritenuti frivoli o diseducativi, promozione di valori tradizionali cinesi.

TikTok internazionale ha invece favorito contenuti leggeri, effimeri, incentrati su intrattenimento e consumo. Questa divergenza alimenta sospetti che l’algoritmo venga deliberatamente tarato per indebolire culturalmente gli utenti occidentali rispetto a quelli cinesi. Con il passaggio del controllo a investitori americani, potremmo assistere a un riequilibrio? O semplicemente a un’ulteriore polarizzazione tra versioni regionali sempre più divergenti?

Cosa aspettarsi nei prossimi mesi

La firma formale dell’accordo a Busan rappresenta solo l’inizio di una transizione complessa che richiederà mesi, forse anni, per completarsi. Occorrerà trasferire server, dati utenti, infrastrutture tecniche, team operativi. Rivedere contratti con creator, inserzionisti, fornitori. Integrare nuove policy di moderazione allineate alle sensibilità americane mantenendo però l’essenza che ha reso TikTok così popolare.

I primi segnali concreti arriveranno probabilmente nella composizione del nuovo consiglio di amministrazione e nelle nomine executive. Chi guiderà TikTok USA? Profili prettamente business orientati alla massimizzazione dei profitti? Manager con background in sicurezza nazionale? Figure politiche vicine all’amministrazione Trump? Ciascuna scelta invierà messaggi precisi sulle priorità future.

Per gli utenti comuni, l’invito è a mantenere attenzione critica. Osservare se e come cambiano i contenuti promossi, se emergono bias politici più evidenti, se la moderazione diventa più o meno stringente su determinati temi. L’algoritmo resta una scatola nera anche dopo il cambio di proprietà, ma i suoi effetti sono misurabili attraverso ciò che vediamo (e non vediamo) scorrendo il feed.


L’intesa tra Stati Uniti e Cina su TikTok chiude un capitolo della guerra tecnologica tra le due superpotenze, ma ne apre immediatamente altri. Dimostra che compromessi sono possibili quando interessi economici e geopolitici si allineano sufficientemente. Ma solleva anche interrogativi inquietanti sul futuro di un internet sempre più frammentato lungo confini nazionali, dove piattaforme globali vengono spezzettate in versioni regionali controllate da governi e investitori locali. TikTok sopravvive, certamente. Ma l’idea di un’internet senza frontiere, forse, è morta con questo accordo.


Fonti: Fanpage ANSA

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