Windows 11 vs Windows 10: vale ancora la pena aggiornare nel 2026?

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Il 14 ottobre 2025 Microsoft ha smesso di aggiornare Windows 10. Niente più patch di sicurezza, niente più correzioni di bug, nessuna assistenza tecnica. Il sistema operativo più diffuso della storia di Redmond è diventato ufficialmente un oggetto del passato.

Eppure a fine 2025, secondo le rilevazioni disponibili, Windows 10 era ancora installato su circa il 44% dei desktop mondiali. Milioni di PC in Italia continuano a girare su una piattaforma che non riceve più protezione. Non perché i loro utenti non lo sappiano. Spesso perché la domanda — vale davvero la pena aggiornare? — non ha una risposta semplice.

La risposta onesta è: dipende da chi sei, da che hardware hai e da quanto tempo hai ancora a disposizione.

Cosa è cambiato davvero dal 14 ottobre 2025

La fine del supporto non significa che Windows 10 smetta di funzionare. Significa che ogni nuova vulnerabilità scoperta da quel momento resta aperta. I criminali informatici lo sanno: le piattaforme ferme costano meno da attaccare, perché non c’è un team che le rattoppa ogni mese. Il rischio non è immediato, ma cresce nel tempo in modo proporzionale.

Per gli utenti che risiedono nello Spazio Economico Europeo — Italia compresa — Microsoft ha attivato il programma Extended Security Updates (ESU) in modo gratuito fino al 13 ottobre 2026. Non è una concessione spontanea: è una risposta alle pressioni esercitate dai consumatori europei in relazione al Digital Markets Act. Chi vive in Italia, quindi, ha fino a quella data per ricevere ancora le patch di sicurezza critiche senza pagare nulla e senza obbligo di backup su OneDrive o uso di Microsoft Rewards.

Dopo ottobre 2026, anche quell’ultima rete di protezione viene rimossa.

Il problema dell’hardware: chi non può aggiornare e perché

Windows 11 richiede componenti specifici che molti PC perfettamente funzionanti non hanno. I requisiti più stringenti sono tre: il chip TPM 2.0 (Trusted Platform Module), il firmware UEFI con Secure Boot attivo e una CPU presente nella lista di compatibilità ufficiale Microsoft. Quest’ultima esclude processori che in molti casi sono ancora capaci di girare il sistema operativo senza problemi — un Intel Core i7 di 7a generazione o un AMD Ryzen di prima generazione, per esempio, possono risultare “non supportati” pur non avendo nessun limite prestazionale evidente.

Secondo le stime circolate prima della fine del supporto, circa il 43% dei dispositivi aziendali non poteva aggiornare a causa di queste limitazioni hardware. Nel segmento consumer, la percentuale è simile.

Chi non soddisfa i requisiti ha tre strade: installare Windows 11 bypassando i controlli, restare su Windows 10 con l’ESU attivo fino a ottobre 2026, oppure cambiare PC. La prima opzione esiste tecnicamente — Microsoft stessa ha documentato come aggirare il controllo TPM via ISO o modifica al registro — ma su un PC senza TPM 2.0 le funzioni di sicurezza basate su virtualizzazione di Windows 11 rimangono disattivate. In pratica si ottiene l’interfaccia nuova senza la parte che conta davvero, con l’aggiunta di un sistema non supportato ufficialmente che invalida garanzie di conformità normativa come il GDPR e le misure minime di sicurezza ICT per le pubbliche amministrazioni.

La seconda e la terza opzione sono più sensate, a seconda del budget disponibile.

I vantaggi reali di Windows 11: cosa c’è dietro il TPM

Il requisito del TPM 2.0 non è un capriccio. Su Windows 11, il chip abilita una serie di protezioni hardware che su Windows 10 erano opzionali o semplicemente assenti. La più rilevante è la Virtualization-Based Security (VBS): un sistema che isola i componenti critici del sistema operativo in un ambiente virtuale separato, proteggendo il kernel da attacchi malware di tipo avanzato, ransomware compresi. Secure Boot impedisce l’avvio di codice non autorizzato prima ancora che il sistema operativo si carichi. BitLocker, già disponibile su Windows 10 Pro, su Windows 11 si integra in modo più profondo con questi meccanismi.

Per chi usa il PC per lavoro, per accedere a conti bancari, per gestire dati personali o aziendali, questa architettura di sicurezza fa una differenza concreta — non teorica.

Sul fronte delle funzionalità, Windows 11 ha introdotto gli Snap Layouts per la gestione multi-finestra, i desktop virtuali migliorati, il supporto nativo per i formati Android tramite Amazon Appstore (in alcuni mercati), l’integrazione con Xbox Game Pass e, più di recente, le ottimizzazioni del Progetto K2 che stanno rendendo l’interfaccia sensibilmente più reattiva attraverso il Low Latency Profile e il precaricamento di Esplora File.

Gaming: Windows 11 è davvero meglio?

La risposta breve è: dipende da come è configurato il sistema.

DirectStorage è disponibile solo su Windows 11 e richiede un SSD NVMe — non SATA — oltre a driver GPU aggiornati e un titolo che implementi la tecnologia. Su un PC con SSD SATA, quel vantaggio non si vede mai. Auto HDR aggiunge la mappatura dinamica dei colori ai titoli DirectX 11 senza che il developer faccia nulla, ma richiede un monitor compatibile. La modalità Xbox, arrivata con l’aggiornamento KB5083631, porta un’interfaccia a schermo intero stile console direttamente sul PC.

Il quadro si complica con la VBS. Abilitata per impostazione predefinita su Windows 11, la Virtualization-Based Security può costare tra il 5% e il 15% di FPS nelle sessioni di gioco CPU-intensive, con picchi fino al 25% in scenari estremi. Il motivo è tecnico: ogni chiamata al kernel, ogni allocazione di memoria, ogni thread schedulato dal gioco deve attraversare un round-trip tra l’ambiente OS normale e quello virtualizzato sicuro. A 60 o 120 frame al secondo, quella latenza si accumula.

La buona notizia è che VBS si può disabilitare da Sicurezza di Windows, senza modifiche al registro o al BIOS. Chi usa il PC esclusivamente per il gaming su una macchina dedicata può valutare questa scelta consapevolmente. Chi lavora con dati sensibili non dovrebbe farlo.

Vale la pena ricordare che il problema di prestazioni gaming tra Windows 10 e Windows 11 era amplificato, al lancio, da un bug sulla cache L3 dei processori AMD Ryzen — risolto a fine 2022. I benchmark attuali, con VBS disabilitata, mostrano Windows 11 sostanzialmente alla pari o leggermente superiore a Windows 10 sulle GPU moderne.

Per chi vale la pena aggiornare subito

La risposta cambia in modo netto in base al profilo.

Chi usa il PC per lavoro, gestisce dati personali o aziendali, accede a servizi bancari o deve rispettare normative come il GDPR non ha alternative pratiche: restare su Windows 10 dopo ottobre 2026 significa operare su una piattaforma senza protezione attiva. Se l’hardware è compatibile, l’aggiornamento è gratuito da Windows Update e va fatto prima di quella data.

Chi usa il PC principalmente per il gaming su hardware recente — CPU Intel 12a generazione in poi o AMD Ryzen 5000/7000, NVMe PCIe 4.0, GPU Nvidia RTX 30/40 series o AMD RX 6000/7000 — trova in Windows 11 vantaggi concreti: DirectStorage su titoli compatibili, Auto HDR, migliori scheduler per architetture ibride come Alder Lake e Raptor Lake, e le ottimizzazioni in arrivo con il Progetto K2. L’aggiornamento conviene.

Chi ha un PC con hardware datato ma ancora funzionante — qualcosa tra i 6 e i 10 anni — si trova in una posizione scomoda. Se il PC soddisfa i requisiti TPM 2.0, l’aggiornamento è possibile ma potrebbe risultare meno reattivo di quanto ci si aspetti: Windows 11 con 4 GB di RAM e un SSD SATA è più pesante da gestire rispetto a Windows 10 sullo stesso hardware. Se invece i requisiti non sono soddisfatti, il tradeoff è chiaro: si può restare su Windows 10 con ESU fino a ottobre 2026, poi valutare se acquistare un nuovo PC o procedere con un’installazione non supportata accettandone i limiti.

Per chi usa il PC solo per navigare, guardare video e usare Office, la differenza tra i due sistemi operativi è minima nell’esperienza quotidiana. La differenza nella sicurezza, però, non lo è affatto.

La deadline che non si può ignorare

Ottobre 2026 è la vera scadenza per gli utenti italiani. Fine del programma ESU europeo, fine degli aggiornamenti di sicurezza gratuiti per Windows 10, fine di qualsiasi rete di protezione Microsoft. Non è una data lontana.

Chi ha un PC compatibile con Windows 11 non ha motivo di aspettare: l’aggiornamento è gratuito, stabile e — con le recenti ottimizzazioni del Progetto K2 — migliore di quanto fosse al lancio nel 2021. Chi non ha un PC compatibile ha ancora qualche mese per pianificare. Il mercato dei PC offre attualmente macchine con Windows 11 preinstallato a prezzi competitivi, e un laptop o desktop di fascia media con NVMe, TPM 2.0 e CPU recente parte da circa 400-500 euro.

Windows 10 funziona ancora benissimo. Ma non è protetto. E c’è una differenza enorme tra le due cose.


FONTI

  1. Microsoft Support — Passaggio a una nuova era informatica: fine supporto Windows 10
  2. Microsoft — Fine del supporto per Windows 10, Windows 8.1 e Windows 7
  3. Microsoft Learn — Requisiti di sistema 

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